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Lunedì 16 Luglio 2012 12:05

Enrico Deaglio presenta a Matera “Il Vile agguato” In evidenza

Scritto da  Ufficio Stampa
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Mercoledì, 18 luglio, alle ore 20, in piazza Pascoli, a Matera, il giornalista Enrico Deaglio presenterà il suo ultimo libro “Il vile agguato” (Feltrinelli) nel quale l’autore ricostruisce la complesse e oscure vicende che hanno portato all’attentato di via D’Amelio a Palermo, in cui furono uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta. L’iniziativa, a 20 anni esatti dalla strage, è organizzata dal Comune di Matera e dalla libreria dell’Arco.

Ne “Il vile agguato” l'autore con dovizia di particolari ha messo nero su bianco i suoi ricordi, quelli dell’estate 1992, riuscendo a far collimare la cruda realtà con un’immagine, quella di Paolo Borsellino che arrivando in cielo incontra l’amico Giovanni Falcone: «Cumpà, hai visto che sono arrivato! Te l’avevo promesso quando sei morto tu. [] E ora, acca semu. Che è ‘stu posto? Una specie di pensionato? Mi aspettavo un po’ più di tempo, ma comunque era chiaro che doveva succedere. [] Come è stato ‘u meu attentato? Tu l’hai visto, no?, di qui si vede tutto».

 Di seguito l’introduzione del libro.

 “Mi ricordo che era un palazzo giallo, brutto. Sarà stato di dieci piani. Automobili carbonizzate, idranti, olio, vetri dappertutto, vigili del fuoco, asfalto lucido. Una sensazione di calore atroce anche solo a guardare la televisione. Allora si diceva: come a Beirut, perché Beirut aveva aperto le danze per questo tipo di cose. Oggi si direbbe: come a Baghdad, dal nome della città che ha moltiplicato Beirut per mille.

Era una domenica di luglio, anno 1992. Era successo a Palermo, alle fatidiche cinque della sera, minuto più, minuto meno. Il giudice Paolo Borsellino era saltato in aria con tutta la sua scorta. Dopo appena cinquantasei giorni se ne saliva dalla terra verso il cielo, e andava a ritrovare il suo amico Giovanni Falcone. Da subito imparammo ad amarlo, forse ancora di più del suo amico, e ne facemmo il nostro eroe, pubblico e privato. Era un generoso, un buono, un uomo tutto d’un pezzo, un coraggioso ma semplice, che la mafia aveva ucciso perché lo stato lo aveva lasciato solo.

Ora che sono passati vent’anni, non solo non sappiamo chi l’ha ucciso, ma innumerevoli versioni, ennesime ultime verità, continuano a ucciderlo. Borsellino viene continuamente riesumato in uno spettacolo macabro che insulta la sua memoria e noi spettatori. È stato Scarantino. No, Spatuzza. È stato Riina; no, i fratelli Graviano. La polizia ha imbeccato Scarantino per proteggere i veri colpevoli. È come piazza Fontana. È stato lo stato, lo stato mafia, la mafia stato; il doppio stato. È stato Berlusconi, o perlomeno Dell’Utri. Sono stati i servizi. Deviati. No, quelli ufficiali. Sono stati Ciancimino e Provenzano. Sono stati gli industriali del Nord. È stato il ministro Mancino. Sono stati i carabinieri. È stato il signor Carlo (ma chi è il signor Carlo?). È stato tradito da chi gli stava vicino. La sua morte era necessaria alla trattativa. Anzi, era l’essenza della trattativa. (A proposito – cos’è che stavano trattando?) È stato un volontario, lucido sacrificio di Borsellino, che si è offerto come vittima per salvare la sua famiglia. È stata la prova della potenza infinita di Cosa nostra cui nessuno può sfuggire. È stato il Fato, del quale era in balia. È stata Palermo, un’intera città che lo ha espulso.

Sono stati gli italiani: questo gregge meschino, impaurito, egoista e senza memoria. Tale è stato il destino del nostro eroe; e l’Italia non è un paese per eroi. Certo, ha avuto le statue, le vie, le piazze, le scuole, i film e i telefilm. Ma il suo ricordo non è accompagnato da quella soffusa malinconia che si sente per chi ha dato un esempio, ha mostrato la via. Non rimanda a tempi lontani che per fortuna non ci sono più, piuttosto ci tormenta l’assenza di verità. La ricerca della verità sul suo assassinio implicava un contributo di onestà, che è stata soffocata. Difficile ormai che si possa recuperare il tempo perduto, perché ormai quella stessa ricerca della verità è strettamente connessa (i luoghi, i palazzi di giustizia, i contesti) con la ricerca delle ragioni della disonestà di chi doveva cercarla. E dunque, diventa un’impresa quasi impossibile.

La nostra condanna sarà quindi di assistere a una continua rivisitazione o manomissione della verità; alla costruzione di fondali, scenari, universi sempre difformi per “spiegare” quello che successe; o per consolarcene. Non solo più per quello che riguarda il delitto, ma anche per chi indagò sul delitto, o chi vi assistette passivamente. Se il destino di Paolo Borsellino è stato quello di essere ogni volta di nuovo ucciso dopo la sua morte, anche con scempio del cadavere, purtroppo c’è motivo di credere che continuerà a essere così.

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